Negli ultimi mesi sono andata a letto presto.
Ho perso dei contratti di lavoro importanti, ho messo in vendita la casa col mutuo, mi sono trasferita definitivamente a Milano perché a Milano c’è lavoro, cosa fai ancora in provincia?, come pensi di poterti mantenere da sola, single, singol, in una piccola città che non offre altro che lavori da commessa con metà stipendio “fuori busta” o lavori da commerciale solo a provvigione?
Me ne sono andata trentaquattrenne con gatto a carico e partita Iva ancora nel regime miserrimo dei minimi nella nostra grande mela, che ha più l’aspetto di un piccolo mandarino, e mi è successa questa cosa che prima o poi doveva succedere, perché anche i migliori ne sono vittime, figuriamoci noi peggiori, sfaticati e pigri. Mi è successo che mi sono disimpegnata, quasi totalmente.
Leggevo i giornali e mi indignavo il giusto, anzi poco. Facevano le riforme, facevano le proteste, fermavano le strade, chiudevano i negozi, cambiavano le leggi, facevano i decreti e io ero lì a pensare al mio ombelico, circondata da amici con tanti ombelichi preoccupanti come il mio. Ogni tanto ci capitava di sollevare la testa dalle mani, di smettere di pensare ai conti in rosso e ai rinnovi, i maledetti rinnovi trimestrali, bimestrali e, se hai culo, semestrali, e pensavamo un po’ al resto del mondo e scuotevamo il capo, ma ci sentivamo impotenti e nemmeno più così incazzati, solamente disillusi.
E poi facevamo un sacco di battute, eravamo tutti brillanti produttori di satira di altissimo livello, perché a quelli della mia generazione hanno fatto questo, hanno tolto la rabbia, quella che ti fa protestare davvero fino in fondo, e hanno dato l’ironia, quella che ti fa sopravvivere col sorriso amaro, che ti fa, nonostante tutto, tirare a campare senza più bisogno di andare hasta la victoria (o muerte).
Mi è sembrato naturale disimpegnarmi, a volte prendevo posizione, per qualche minuto, durante i dibattiti televisivi, poi spegnevo la TV e mi trovavo a sopravvivere, senza sapere cosa farò ad aprile (fino a marzo ci arrivo). Mi è sembrato naturale occuparmi dell’erba del mio giardino, perché quella del vicino è stata venduta all’asta per fallimento.
Poi, stamattina, mi è salito in gola un fortissimo senso di colpa, come se avessi potuto fare la differenza, come se l’impegno mio potesse in qualche modo salvare il salvabile, se è ancora rimasto qualcosa da salvare, nonostante la disoccupazione, l’aumento delle tasse, l’aumento dei prezzi, il declassamento, la Lega, le navi che affondano, il Paese che affonda.
Mi sono detta che avrei dovuto iniziare a vivere il Paese come se fosse casa mia e non sentendomi sempre ospite in attesa che qualcosa accada, in attesa di andare via, in attesa che tutto vada metaforicamente (eh!) a puttane, nonostante la libera professione che non mi fa sentire di appartenere a nessuna classe, nonostante non abbia nessuna rappresentanza sindacale, nonostante non potrò mai avere figli a patto di non sposare il danaroso principe azzurro, nonostante mi sia laureata giovane, quindi non sfigata, e non sia riuscita a diventare comunque benestante.
Stamattina ho ritrovato l’entusiasmo. E non farò un giro nel mio estratto conto per capire di non potermi permettere ulteriori sacrifici. Stamattina voglio provare a cambiare il Paese con l’impegno.
Almeno credo. Devo forse prima bere un altro caffè.