Cambiare è stimolante, io lo so.
Sono stata prestatrice occasionale di lavoro, co.co.co., co.pro., lavoratrice a chiamata, lavoratrice a progetto, lavoratrice a tempo determinato, lavoratrice a tempo indeterminato con una paga tanto bassa da decidere di licenziarmi per aprire partita Iva. Nel regime dei minimi.
Ho lavorato per Università, enti pubblici, piccole e grandi aziende private. Ho fatto ricerca, ho organizzato eventi, ho fatto lavori da amministrativa, ho venduto televisori, ho scritto, ho lavorato in un call center, ho lavorato in TV, ho fatto la hostess nei congressi, ho lavorato in un ufficio marketing, ho fatto la tutor per giovani studenti, ho fatto la fame.
Mi sono laureata 10 anni fa e ho cambiato più lavori io di quanti ne abbiamo cambiati i miei genitori e zii e nonni in tutta la loro vita.
Ha ragione Monti, non ci si annoia mai.
È come un videogame, ogni tre mesi devi superare il livello (il rinnovo), altrimenti muori. E non hai moltissime vite a disposizione.
Non ci si annoia mai, questo è vero. Poi c’è sempre quel dolorino a livello dello stomaco che ti dice se il cambiamento funziona o meno. È la gastrite.
Non ci si annoia mai a inseguire i pagamenti, a fare il recupero crediti, a firmare contratti che durano sei mesi, a sentirsi dire, a un giorno dalla scadenza, “non possiamo più tenerti”.
A me piace cambiare. Vorrei cambiare per 40 anni. Purché mi assicurino che lavorerò per tutti i prossimi 40 anni. Purché le banche non mi ridano dietro quando chiedo un prestito o un mutuo (per ottenere il mio mi sono dovuta presentare con mammà come garante, come ai tempi della scuola). Purché mi paghino decentemente e puntualmente. Purché il mercato valorizzi le competenze e non le parentele o le conoscenze. Purché mi venga garantito, dopo quarant’anni di calci alla monotonia e di contributi a gestioni separate di enti previdenziali, che non passerò la vecchiaia rovistando nei cassonetti. Purché non mi licenzino perché sono donna. Purché il mercato cambi per tutti e non produca lavoratori più anziani con tutele e lavoratori più giovani con calci nel sedere.
Ha ragione Monti, ma non ha centrato il problema. A noi giovani non interessa il posto fisso. A noi interessa il posto. Non ci spaventa cambiare, ci spaventa non lavorare. E un terzo di noi non lavora.
Il Premier ha trovato un modo molto infelice per dire una grande verità: il mercato è cambiato e bisogna imparare a cambiare con lui.
Non ha capito, però, che noi giovani siamo già cambiati. Più di quanto sia cambiata la classe politica.
Che monotonia questi discorsi da vecchi!